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La duplice funzione della settimana di ‘scarico’.

Credo che la difficoltà maggiore per un allenatore dilettante sia quella di riuscire a conciliare l’aspetto atletico con le ambizioni tecnico-tattiche cercando di bilanciare nel miglior modo possibile le due sfere senza che una prevalga sull’altra. In un team che qualcuno considera ancora settore giovanile e qualcun altro crede sia già pronto per sostenere gli sforzi di una prima squadra credo sia importantissimo definire i ‘tempi’ degli sforzi in base alla segmentazione dei carichi di lavoro nel macro, meso e microciclo. Ho constatato in questo contesto l’importanza del riposo, ovvero il momento in cui non viene più richiesta la massima concentazione alla squadra, si lascia che i ragazzi provino e sperimentano soluzioni personali e procedano ad una autogestione sotto qualsiasi aspetto, praticamente si conceda lo ‘scarico’ psicofisico. Solitamento la settimana di scarico preferisco inserirla dopo un intervallo di 3/6 settimane a seconda del momento che sta attraversando la squadra e la percezione che personalmente rilevo dai comportamenti del gruppo. L’aspetto che più mi soprende sulla questione è che la fine della settimana ‘autogestita’ è dettata dal gruppo. Se il team è abituato a lavorare in maniera professionale ed è portato a condividere determinati obiettivi, dopo 2 max 3 allenamenti, comincia a non rispecchiarsi più in un regimi semi-anarchico ed a pretendere da parte del tecnico un ritorno alla professionalità ed al lavoro. Il quarto allenamento se non si percepiscono i segnali del gruppo diventa pienamente controproducente al gruppo e cominciano a nascere piccole diatribe comportamentali anche tra gli elementi più affini caratterialmente. Il paradosso consiste nel fatto che non concedere ‘mai’ un momento di svago nell’arco dell’intera stagione porterà i medesimi risultati

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